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Dicevano di lei - Eros

 
Dicevano che per conquistarti sarebbe bastato passare a prenderti sotto casa con un’auto fiammante di grossa cilindrata, magari uno Z3 sportivo e veloce, portarti a cena in un ristorante esclusivo e raccontarti prodezze professionali ed economiche per tutta la sera. Mostrarti casualmente il contenuto del portafoglio, lasciando una lauta mancia al cameriere. Naturalmente, offrire la cena innaffiata con vino d’annata. Portarti poi in un locale all’ultima moda, pieno di gente importante, di un certo livello. Solo così ti saresti concessa. Eri una ambiziosa, tu.
Dicevano che fin’ora il tuo carnet comprendeva solo avvocati, dentisti, banchieri, medici, notai, produttori, imprenditori di vario tipo, e che non si poteva scendere al di sotto di questa soglia, pena l’esclusione. Dicevano che ti trattavi bene e che pretendevi solo il meglio, anche se qualche volta, di sfuggita, ti ho notato in qualche locale seduta con uomini poco attraenti, grassi, pelosi o senza capelli, con le mani unticce e la fronte rugosa. Uomini che non avrebbero potuto nemmeno pulire il tacco di una delle tue clamorose scarpe, sempre all’ultima moda, sempre originali e diverse, bellissime. Solo tu potevi portare roba così, è concesso a poche donne osare e tu eri una di quelle, rare, che lo poteva fare.

Dicevano che sotto sotto eri una puttana d’alto bordo, una superficiale, una che mirava alla bella vita e a null’altro. Probabilmente lo dicevano gli stessi che non trovavi interessanti, dei quali non ricambiavi gli sguardi famelici, che trovavi insignificanti o indegni persino di salutarti.

Dicevano che la tua era solo apparenza: che bastava toglierti il trucco, e quei vestiti di lusso, e impedirti di andare dal parrucchiere e al centro estetico e in palestra ogni settimana, per scoprire che in fondo non eri poi tutta questa meraviglia, che sapevi solo mostrarti al meglio, ma che eri lungi dall’esserlo veramente.

Dicevano tutte queste cose mentre io ti osservavo da lontano, e mostravo di non interessarmi alle chiacchere, ché sono roba da stupidi, da infelici, da frustrati. Ma ascoltavo ogni cosa, con attenzione, senza dare nell’occhio, e appuntavo tutto nella mia mente. A che mi sarebbe servito?

Dicevano e ripetevano come dischi rotti che per entrare nelle tue grazie, avrei dovuto essere un avvocato o un medico, avere un’auto sportiva da quarantamila euro, un ristorante di fiducia per offrirti una cena intima a lume di candela, con il cameriere lì solo per noi, la musica classica in sottofondo, e come ciliegina sulla torta un after dinner frequentato da vip.

Ma allora perché? Perché ora ti stai muovendo come una gatta sopra di me, mugolando lentamente e sussurrandomi parole infuocate, senza che ti abbia dato nulla di tutto questo? Perché sento i brividi quando i tuoi capelli neri mi sfiorano il viso e le spalle e la pancia e le gambe? Perché sussulto ad ogni tua carezza, e non riesco a non guardarti mentre coi baci mi benedici la pelle?

Vorrei chiedertelo, ma non oso. Non voglio spezzare questo incanto. Forse ti sei stancata, forse ti sono venuti a noia gli uomini che sanno parlare solo di soldi, affari, successi, dimenticando di chiederti come stai, come ti va la vita, trattandoti solo come una bella bambola da esposizione, o scopandoti quando ne hanno voglia e magari tu no. Ma non gliene importa. Forse vuoi solo una notte diversa, per attingere energie, per respirare una boccata di ossigeno, e da domani tornare alla tua solita vita. E perché a questo pensiero il cuore mi batte all’impazzata, per la paura?

Perché è così dolce e bruciante percepire la tua lingua sulla mia? Perché ti concedi così integra, così passionale, in modo così sincero che al solo pensiero le lacrime mi salgono agli occhi? Il tuo viso ambrato senza trucco e senza artifici è più bello che mai, perché si china sul mio e mi bacia le labbra? Il tuo corpo flessuoso e vibrante si dona e si fonde su di me, perché lo fa in modo così sublime? Sento i tuoi seni sui miei, le tue mani che percorrono i miei fianchi, il tuo morbido sedere che si lascia accarezzare dolcemente, perché questo momento prima o poi dovrà finire?

Domande inutili. Sono avida di te. Tutto il resto non conta.


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